Gomorra – Le origini l’universo narrativo che ha cambiato per sempre il modo di raccontare la criminalità italiana in televisione torna indietro nel tempo, scegliendo una strada rischiosa ma affascinante: smontare il mito prima ancora che nasca. Non si tratta di un’operazione nostalgica né di un semplice esercizio di stile. Questo prequel entra in un territorio delicato, quello della formazione, dell’origine del potere e della sua normalizzazione, raccontando Secondigliano quando non era ancora un simbolo globale, ma un luogo reale, attraversato da fame, ambizioni e silenzi.
Il titolo stesso suggerisce un cambio di prospettiva. Non più l’epopea del dominio, ma la genesi del sistema, osservata da vicino, quasi rasoterra. L’effetto è quello di una lente che restringe il campo: meno spettacolo, più quotidianità; meno iconografia, più fragilità. È qui che il prequel trova la sua forza narrativa.
Nella serie originale, Secondigliano era già un nome che pesava come una condanna. Nel prequel, invece, diventa un ambiente in costruzione, fatto di case popolari, cortili, relazioni di vicinato e micro-gerarchie ancora instabili. Il quartiere non è solo uno sfondo, ma un organismo che cresce insieme ai suoi protagonisti. Le dinamiche criminali emergono lentamente, quasi per necessità, come risposta a un contesto sociale che non offre alternative credibili.
La scrittura insiste sui dettagli: i gesti ripetuti, le alleanze informali, le prime scelte sbagliate che non sembrano ancora definitive. È un racconto che rifiuta l’eroizzazione e lavora per sottrazione. Il potere non appare come un destino, ma come una serie di compromessi progressivi, spesso invisibili, che trasformano persone comuni in ingranaggi di un sistema più grande di loro.
Questa scelta narrativa ridisegna Secondigliano non come “capitale del male”, ma come luogo di passaggio, dove tutto poteva ancora andare diversamente. Ed è proprio questa possibilità mancata a rendere il racconto più amaro.
Il prequel compie un’operazione sottile anche sui personaggi. Chi conosce l’universo di Gomorra è portato a cercare subito i futuri boss, i leader, le figure destinate a emergere. Ma la serie gioca con questa aspettativa, mostrando individui inermi, contraddittori, spesso inconsapevoli del ruolo che andranno a ricoprire.
Il potere, qui, non è ancora carisma né violenza spettacolare. È controllo delle relazioni, capacità di occupare spazi vuoti, di sfruttare le debolezze altrui. Il prequel mette in scena un potere che si costruisce prima nelle parole che nelle armi, nei favori più che negli ordini. Una scelta che sposta l’attenzione dalla criminalità come evento eccezionale alla criminalità come processo quotidiano.
Anche la messa in scena segue questa linea. I toni sono più spenti, la regia meno enfatica, quasi a voler evitare qualsiasi forma di fascinazione. Non c’è compiacimento, ma una tensione costante tra ciò che i personaggi sono e ciò che diventeranno.
“Gomorra – Le origini” non serve a spiegare ciò che già sappiamo, ma a metterlo in discussione. Guardando indietro, la serie ci costringe a rivedere tutto: le responsabilità individuali, il ruolo dell’ambiente, il confine sfumato tra scelta e necessità. Secondigliano smette di essere un mito consolidato e torna a essere una ferita aperta, un luogo dove il male non esplode all’improvviso, ma cresce lentamente, giorno dopo giorno.
È un racconto più scomodo, meno iconico, ma proprio per questo più incisivo. Perché riscrivere il mito, a volte, significa togliere ogni alibi.
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