Il trasferimento in una nuova sede di lavoro può garantire un rimborso al dipendente costretto a macinare più chilometri.
Con una recente sentenza la Cassazione ha sottolineato come la tutela dei lavoratori dipendenti sia una priorità. Ecco perché in caso di un trasferimento in altra sede l’interessato potrebbe avere diritto ad un rimborso delle spese. Capita se la nuova sede è molto lontana dalla residenza del lavoratore.

Un’azienda può avere più sedi operative oppure può decidere di trasferire l’unica sede in un nuovo quartiere se non addirittura un’altra città. Per i dipendenti significherà cambiamento, in meglio o in peggio. Se la nuova sede dovesse essere più vicina alla propria abitazione si guadagnerà del tempo prezioso nel tragitto lavoro-casa e si potrà risparmiare sui mezzi di trasporto o sul carburante.
Al contrario, se la sede di lavoro dovesse essere più lontana rispetto la precedente sarebbe un bel guaio per il lavoratore e la sua famiglia. La nuova collocazione richiederebbe una diversa organizzazione familiare, più tempo per lo spostamento casa-lavoro e viceversa e una spesa aggiuntiva – quella dei trasporti – precedentemente non preventivata. Questo cambiamento per la Corte di Cassazione ha delle conseguenze.
Trasferimento in altra sede, la sentenza della Cassazione
Secondo la Cassazione il lavoratore che viene spostato in una sede a decine e decine di chilometri di distanza oppure collegata male con i mezzi di trasporto pubblici ha diritto ad un rimborso spese se dovesse utilizzare la propria auto per andare a lavoro. Il tragitto casa-ufficio, dunque, non è considerato più solo un problema del dipendente. Ora diventa responsabilità dell’azienda se alla base c’è una decisione unilaterale come lo spostamento della sede di lavoro.

La sentenza di riferimento è la numero 18903/2025. Il caso riguardava un medico dell’ASL trasferito a 50 chilometri da casa sua. La nuova sede era difficilmente raggiungibile con i mezzi pubblici, scegliere questo tipo di trasporto avrebbe causato ritardi sul lavoro. Da qui la decisione obbligata per il medico di prendere la propria auto per andare in ufficio.
In Tribunale l’uomo ha chiesto il rimborso chilometrico considerando l’inaspettata usura del mezzo e la spesa del carburante e in più di riconoscere il tempo di viaggio come orario di lavoro. Il Tribunale non ha accolto la richiesta. Il medico si è rivolto, quindi, alla Cassazione che ha dato ragione al dipendente affibbiando l’onere della prova all’azienda.
Se il datore di lavoro non riesce a dimostrare l’esistenza di un’alternativa praticabile – mezzi di trasporto pubblici – allora dovrà risarcire il lavoratore coprendo le spese legate al pendolarismo. Il dipendente dal canto suo dovrà solo dimostrare i costi maggiori e il tempo sprecato per viaggiare fino all’ufficio.