L’effetto bystander: perché nessuno aiuta quando ci sono troppe persone

Una folla guarda, trattiene il fiato, poi riprende a muoversi come se niente fosse. A volte la città ci fa sentire invisibili proprio quando qualcuno ha più bisogno di noi. Perché accade? E come possiamo invertire la rotta, anche solo una volta?

L'effetto bystander: perché nessuno aiuta quando ci sono troppe persone
L’effetto bystander: perché nessuno aiuta quando ci sono troppe persone

Mi è capitato su una banchina della metro

Un ragazzo inciampa. Il telefono vola. Tutti restano fermi un attimo di troppo. Io incluso. Quel mezzo secondo pesa. Non è indifferenza. È esitazione. Ci guardiamo attorno in cerca di un segnale, come se l’azione dovesse partire da un altoparlante nascosto.

Poi, quando qualcuno si muove, tutto si scioglie. Una donna chiede “Stai bene?”. Un uomo recupera l’oggetto. La scena si chiude e ci sentiamo meglio. Ma il nodo resta. Perché aspettare sempre il primo passo di un altro?

Quando il gruppo frena l’azione

A metà del Novecento alcuni psicologi notarono il paradosso. Più persone assistono a una scena, meno è probabile che intervengano. È il cosiddetto effetto bystander, noto anche come apatia dello spettatore. Non è cattiveria. È una scorciatoia mentale.

La chiave è la diffusione della responsabilità

Se siamo in dieci, il peso si divide. Ognuno pensa che un altro agirà. Intanto cerchiamo negli altri conferme sociali: se nessuno si agita, forse non è una vera emergenza. Questo stallo ha un nome: ignoranza pluralistica.

I dati lo mostrano con chiarezza. In un esperimento classico, un partecipante credeva di parlare al telefono con altri studenti. Un interlocutore simulava un malore. Quando il volontario pensava di essere solo, interveniva nell’85% dei casi e molto in fretta. Quando credeva che fossero in cinque, l’intervento scendeva a circa il 31% e i tempi si allungavano. In un altro test, una stanza si riempiva di fumo. Da soli, circa il 75% segnalava subito il problema. In gruppo, e con altri che fingevano calma, la percentuale crollava fino a una cifra su dieci.

Non riguarda solo i grandi casi di cronaca. Succede in ufficio, in strada, in rete. Un commento offensivo, un collega in difficoltà, un vicino che ha bisogno. Più testimoni, meno responsabilità individuale percepita. Finché qualcuno spezza l’incantesimo.

Come spezzare la catena

La buona notizia è che possiamo allenarci. Funziona così: Sii il primo a nominare il problema. “Questa è un’emergenza.” Punto e delega. “Tu, con la giacca blu, chiama il 112.” La delega specifica riduce la diffusione della responsabilità. Formula una domanda diretta. “Stai bene?” Il contatto rompe l’inerzia. Decidi prima. Visualizza cosa farai se vedi un incidente, un malore, un litigio. L’azione pronta batte l’esitazione. Forma ti. Brevi corsi di primo soccorso e BLSD aumentano il comportamento prosociale e la sicurezza delle decisioni.

Un chiarimento utile: oggi si discute se gli smartphone aiutino o peggiorino. Alcuni dati suggeriscono più registrazioni e meno aiuto attivo, ma non ci sono numeri conclusivi e universali. Vale quindi la regola più solida che abbiamo: chiamare il 112 è sempre la prima mossa sicura in Italia.

La prossima volta che ti trovi in una folla, prova a notarlo. Quel mezzo secondo di silenzio. Quel giro di sguardi. Potresti essere tu il segnale che tutti aspettano. E se lo fossi già, adesso?

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